Borgo San Leucio

(Giulio Laudisa - Estro, n. 11-12, 168)

San Leucio 01.jpg (7705 byte)Il Borgo di San Leucio era un tempo regno dei "carbonari", non quelli delle simboliche e tenebrose "vendite" dei secoli XVIII e XIX, che soffiavano sulla brace per attizzare il fuoco sotto i dorati Troni autocratici e teocratici d’Europa; ma quelli, i carbonari (in lingua italiana), che da millenni realmente preparavano e vendevano il combustibile necessario ai focolari domestici.

Un autentico "carbonaro ante litteram", il borgo San Leucio, lo aveva avuto nel "borghiciano" Antonio Pagliari (Aonio Paleario 1504-1570) che, con l’intenzione di "dar fuoco" alle deviazioni delle Corti papali di Leone X, Clemente VII e Paolo III, finì i suoi giorni sul rogo in Roma sotto il pontificato del mite San Pio V.

La strada principale del borgo è intitolata ad Aonio Paleario, una lapide sui ruderi di una casetta ne indica il luogo di nascita, e la piazza della Prefettura di Frosinone si adorna del monumento eretto a lui, a Ricciotti ed altri patrioti ciociari, opera di Ernesto Biondi (1910).

La predilezione dei "carbonari" per San Leucio era di natura fisiologica. Dalle loro case "altolocate", imbevute di aria pura e balsamica, verso la fine di settembre, a San Michele, scendevano al piano, con armi e bagagli ed elementi validi della famiglia, diretti alle Paludi Pontine, verso la Selva di Terracina, lo spettrale mefitico mondo fatto di fango, di acque e di verde, ricco di legname vivo e morto, dominio incontrastato del silenzio e della "dea febbre". La loro presenza era denunziata dai colpi di accetta e dalle fumate delle loro pire che sfornavano a rotazione continua il prezioso combustibile dagli svariatissimi nomi a seconda della "pezzatura": ciocchi, tronchetti, mezzanello, cannellino, carbonella. Tornavano a Veroli per San Giovanni; un periodo migratorio quasi uguale a quello dei terrazzieri, dei braccianti, dei pastori abruzzesi, da e per l’Agro Romano, Pontino, ed il Tavoliere delle Puglie. Portavano a casa il ricavato economico delle fatiche in palude, che permetteva loro di sfoggiare una certa agiatezza nei mesi estivi che trascorrevano a San Leucio. Le loro mogli tornavano a volte anche col frutto coniugale di quei nove mesi trascorsi nella selva. Non tutti però tornavano in buona salute; parecchi di loro avevano preso la malaria che, se era sotto forma di terzana o quartana benigna, l’acqua o la polvere di china, il chinino dello Stato, l’aria pura e le intercessioni di San Leucio, riuscivano, in qualche modo, a risanare. Se invece si trattava della micidiale perniciosa, dovevano fare, tra quattro assi, un’altra breve ascesa fin dentro al sacro recinto a fianco della loro Chiesa oppure, quando fu costruito il nuovo cimitero in contrada Crocifisso, intraprendere, a spalla di quattro amici o parenti, la loro ultima e definitiva discesa verso la valle.

Le diavolerie del progresso hanno di recente fatto sostituire i vari tipi di gas al tradizionale carbone, e la antichissima corporazione dei carbonari si è sciolta. Contemporaneamente è scomparsa la malaria e la selva di Terracina, della quale, il minuscolo Parco Nazionale del Circeo, è una pallida ed addomesticata visione.

Di quando in quando, ora, qualche filo di fumo nei radi boschi di Monte Pedicino indica che c’è ancora chi non sa staccarsi dalla cottura a legna e carbone degli alimenti. I carbonari hanno cambiato mestiere e quartiere od addirittura regione o ci nazione. Nel borgo di San Leucio regna ora silenzio e abbandono che, né i pochi abitanti rimasti, né la nuova bella strada panoramica, ombreggiata da giovani pini italici, costeggiante le mura ciclopiche, riescono a scuotere. Dall’arcolaio dei pensieri si dipana un filo di speranza, di augurio che, tra le antiche mura del Borgo, tra gli stipiti in pietra da taglio delle porte e finestre delle case semi abbandonate, ritorni un soffio di vita sotto forma di ricostruzione urbanistica di un complesso autenticamente medioevale, di rinascita turistica e folkloristica delle botteghe ed empori artistici ed artigianali, un tempo vanto della industre città.

La chiesa di San Leucio, che si trova nel punto più alto del borgo e della città,è in stile romanico, molto piccola, semplice e rialzata rispetto alla piazza su cui si affaccia. La struttura originaria è sicuramente del IV sec., ma il primo "documento" uffciale sul tempio è costituito da una lapide, che si può vedere all'interno, sulla sinistra, in cui è indicata la data del 1079, in occasione della consacrazione della chiesa a San Leucio, da parte di Papa Gregorio VII.

Di fronte all'abside si può osservare il dipinto del crociisso (1600) e, sulle pareti del presbiterio, degli affreschi della stessa epoca. Su altre pareti possono essere individuati resti di affreschi di epoca mediovale.