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Museo
delle Erbe
Largo Trulli - Veroli
Direttore scientifico: dott. Giulio Di Pinto (0775/237081)
Responsabile di settore: dott. Mauro Ranelli
Studio e testi scientifici: Giulio di Pinto e Piero Medagli
Testi storici: prof. Giuseppe D’Onorio, sindaco di Veroli
Fotografie: Giulio Di Pinto e Stefano Gaetani
Assistenza: Aurelio Renzi
Il Museo delle Erbe è aperto al pubblico dal lunedì al sabato, escluso il
giovedì, dalle ore 9,30/12,30 15,30/18,30 - Info: Comune di Veroli 0775
88521 -
www.comune.veroli.fr.it
Tenuto conto della particolarità del Museo, si consigliano visite guidate,
per le quali è preferibile un preventivo contatto telefonico |
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La favola del bracciante e del bosco
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Il Museo
delle Erbe di Veroli
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I Monti Ernici
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La legenda dell’Orto del Centauro
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La vegetazione dei Monti Ernici
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La faggeta dei Monti Ernici
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Il sottobosco della faggeta |
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Un
povero bracciante viveva a stento lavorando la terra del suo padrone e
raccogliendo allegramente ogni giorno un po' di sterpi nei pressi della sua
capanna, costruita vicino al bosco.
Un giorno uno sconosciuto vedendolo alle prese con le sterpaglie gli chiese:
"come mai ti accontenti di prendere queste e non prendi quelle all'interno
del bosco qui vicino?"
In realtà l'uomo aveva paura del bosco e dei pericoli che nasconde, perché
non lo conosceva, ma le parole dello sconosciuto lo pungolarono ed il giorno
dopo si fece coraggio ed entrò più a fondo di dove era arrivato fino ad
allora. Ovviamente il raccolto fu migliore e più abbondante, e più
abbondante fu anche il suo guadagno.
"Se mi spingessi ancora un po' di più nel bosco forse potrei trovar un
raccolto ancora migliore" pensò. Così fece e così fu.
L'abitudine ed il timore di quello che è nuovo sono trappole per la nostra
crescita: solo spingendoci sempre oltre la nostra vita si rinnova e la
fortuna ci sorriderà.
Ma un altro bracciante, invidiando la buona sorte del primo, volle seguirne
l'esempio. Questi, però, non si inoltro nel bosco a poco a poco, ma tutto in
una volta, per un lunghissimo tratto.
Fu così che prima si perse e poi cadde in un burrone profondo senza aver
trovato nulla.
L'abitudine e la paura non si superano con la fretta e l'impetuosità, ma con
la consapevolezza e la conoscenza che richiedono costanza e pazienza. (torna
all'inizio)
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Il Museo delle Erbe di Veroli |
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Il Museo delle Erbe è
ubicato nel centro storico di Veroli, in Largo Trulli, ed è ospitato in un
antico palazzo, “Galleria la Catena”, un tempo caser-ma dei Carabinieri e
Carcere e Cinema, ora restaurato ed adibito a centro culturale ed
espo-sitivo. E’ però previsto il suo trasferimento in locali più ampi, ma
sempre nella zona del centro storico .
Il Museo delle Erbe di Veroli rappresenta una realtà del tutto nuova ed
originale nell'ambito dei Musei in Italia.
Infatti, i musei botanici sono locali generalmente adibiti alla
conservazione e allo studio di piante essiccate, i cosiddetti Erbari, che
finora però venivano dedicati solo agli specialisti e di fatto chiusi e
inaccessibili al pubblico comune. In molti musei naturalistici esistono
effettivamente sezioni dedicate alle piante, ma un museo specialistico e
dedicato solo a questo argomento non esisteva ancora. Il Museo delle Erbe di
Veroli può essere senz'altro considerato unico.
Con
tale iniziativa si è cercato di creare, al contrario, una struttura
stimolante ed attraente per tutti, riguardante il mondo vegetale e la vita
delle piante. L'idea di un Museo dedicato alla illustrazione e alla
presentazione delle piante spontanee con lo scopo di richiamare l'attenzione
del pubblico verso la realtà naturalistica dei Monti Ernici nasce circa una
decina di anni fa sull'onda dell'entusiasmo di alcuni appassionati locali,
tra cui il Dott. Giulio Di Pinto, farmacista, che per anni aveva raccolto e
studiato piante di queste montagne.
CHE COS'E' UN MUSEO DELLE ERBE
Si trattava all'inizio di alcune centinaia di piante, tra cui molte di
interesse medicinale, essiccate ed esposte su cartoncini a forma di piccoli
quadri: l'essiccazione, che consiste nel mettere la pianta fresca da poco
raccolta sotto una pressa e tra fogli di carta fino a che questi non
assorbano tutta l'acqua della pianta stessa, è un metodo semplice (si tratta
a tutti gli effetti di una disidratazione compiuta sotto schiacciamento) ed
economico che è stato impiegato da almeno quattro secoli e ancora si usa in
tutto il mondo per la conservazione e lo studio delle piante. In questo modo
sono giunte fino ai nostri giorni piante raccolte anche secoli fa e poiché i
caratteri morfologici essenziali si mantengono inalterati è possibile
studiarle con la stessa precisione rispetto allo stato fresco. Nei
cosiddetti Erbari le piante vengono conservate chiuse negli armadi, in
questo Museo di Veroli le piante vengono esposte libera-mente al pubblico.
LE PIANTE ESSICCATE
I
Campioni sono corredati dalla esatta determinazione (famiglia, genere,
specie). Dare il nome ad una pianta significa poterla riconoscere; questo è
il punto di partenza di tutta la botanica. Il sistema più preciso per
denominare una pianta è quello di usare un binomio in cui il primo nome
indica il genere e il secondo nome indica la specie; tale sistema risale a
Linneo (sec. XVIII) che per primo lo ha adottato eliminando quella
confusione che prima di allora esisteva sul riconoscimento delle piante.

Accanto a questo sistema, esiste anche l'uso del nome popolare che pur
essendo più pratico non è però sempre disponibile per tutte le piante e
spesso lo stesso nome è usato anche per piante diverse.
Comunque il nome popolare è interessante per comprendere le tradizioni,
l'uso e le caratteristiche della pianta perché spesso ha a che fare con
questi. Le tradizioni popolari legate
alle
piante nel loro insieme costitui-scono un bagaglio culturale importante,
perché ormai rappresentano testimonian-ze di un antico passato, quando le
piante costituivano ampie risorse sia per l'economia famigliare sia per
quella artigianale. Ad esempio l'erba vetriola o “palatana” (Parietaria
diffusa), comunissima su tutti i vecchi muri ed attualmente riconosciuta
responsabile di allergie da polline, indica l'uso, ormai quasi del tutto
dimenticato, di pulire le bottiglie di vetro, quando ancora non
esistevano
i detersivi. Sui campioni esposti è possibile leggere le loro principali
attività medicinali e scoprire molte virtù nella cura delle più comuni
malattie.
Il collegamento con l'uso medicinale delle piante non è casuale ed è molto
appropriato in quanto ricordiamo che i Monti Ernici sono ricchi di piante
medicinali ed in questo campo hanno una antica tradizione. Basti pensare
alla antica farmacia dell'Abbazia di Trisulti ed alla produzione artigianale
di
liquori a base di erbe.
Per illustrare questo aspetto, nel Museo è curata una mostra di antichi
strumenti e preparati medicinali usati in passato nella terapia popolare ed
ufficiale. Di fronte ad alcuni di essi potremmo sorridere, ma un tempo erano
invece molto importanti. Così ad esempio scopriremo l'uso terapeutico
dell'argilla ed i primi apparecchi aerosol ad alcol.
  Questa
collezione in attesa di arricchirsi con altri oggetti fin d'ora costituisce
un tentativo, forse unico almeno nel Lazio, di organizzare una mostra della
Storia della Medicina e della Farmacia del massimo interesse didattico.
Per quanto detto risulta anche utile la vista del Museo da parte delle
scolaresche e per questo saranno previste visite guidate. (torna
all'inizio) |
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I
Monti Ernici |
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L'ampia zona che si estende
a sud-est di Roma, oltre i Colli Albani e fino alle porte dell'Abruzzo e del
Molise, costituisce la parte del Lazio chiamata Ciociaria o Cioceria. Il suo
nome, relativamente recente poiché è entrato nell'uso comune solo alla fine
del '700, deriva, a differenza di quasi tutti i nomi territoriali d'Italia
che hanno origine storica o geografica, dalla ciocia, un tipo di calzatura
rudimentale usata dagli abitanti del luogo fin dai tempi più antichi.
Si tratta di una specie di sandalo, formato da una suola di cuoio,
opportunamente trattata, leggermente sollevata lungo i bordi laterali e con
la punta fortemente rialzata in avanti detta la ciafrocca. Un lungo laccio
di cuoio, da un lato più chiaro, viene passato attraverso alcune aperture
praticate nella suola e legato, come vuole la tradizione, con tredici giri
attorno al polpaccio, protetto da una pezzuola bianca che nasconde il
calzettone.
Si vuole che la ciocia derivi dal latino saccus, calzare di pelle di bue,
sorretto da stringhe legate intorno alle gambe, usato dai legionari romani e
ricordato anche da Virgilio.
Oggi la ciocia viene calzata solo in occasione di manifestazioni
folcloristiche e, nel periodo natalizio, dagli zampognari che girano paesi e
città diffondendo nelle strade il dolce suono dei loro strumenti.
I limiti geografici del territorio ciociaro, ritenuto sub-regione del Lazio,
non sono perfettamente definiti; attualmente esso corrisponde a quello della
provincia di Frosinone mentre in passato vi erano inclusi anche diversi
comuni in provincia di Roma, Latina e Caserta. In linea di massima comprende
le regioni pianeggianti e collinari delle valli del Liri e del Sacco, quelle
montagnose degli Ernici, della Meta e delle Mainarde che le delimitano ad
est e, sul lato opposto, i versanti interni delle catene costiere dei Lepini,
degli Ausoni e degli Aurunci. Il centro geografico è Fumone dalla cui rocca
lo sguardo abbraccia buona parte del territorio ciociaro.
I monti Ernici, che costituiscono lo spartiacque fra l'alta valle dell'Aniene,
l'alta valle del Liri in Abruzzo e la valle del Cosa, tributario del Sacco,
sono formati da estesi banchi di calcari cretacei e si articolano in una
serie di cime al di sotto dei 2000 metri. Il carsismo ha modellato alcune
zone del territorio creando pittoreschi paesaggi.
L'esempio più noto è Campo Catino, frequentata stazione sciistica situata a
circa 1780 metri di altezza.
Ai piedi dei monti La Monna (metri 1951) e Rotonaria (metri 1750) il
carsismo ha causato lo sprofodamento della volta di una caverna sotterranea
dando luogo ad una spetta colare voragine nota come il Pozzo di Antullo.
Lungo le sue pareti, a tratti bagnate da una fitta rete di rigagnoli e vene
d'acqua che brillano sotto i raggi del sole, pendono numerose stalattiti, in
alcune parti fitte ed aguzze, più rade e spuntate in altre.
Dalla spaccatura dei massi sbucano arbusti imprecisati mentre sul fondo, ad
una profondità di circa 60 metri, troneggia la massa arborea di un noce
gigantesco al quale fanno da cornice innumerevoli piante di ginestre
selvatiche, lentischi, felci e sambuchi. Gli anziani del luogo narrano che,
fino a pochi decenni fa, i pastori vi calavano le pecore ad una ad una,
affinché vi pascolassero l'erba del fondo. (torna
all'inizio)
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La legenda dell’Orto del
Centauro |
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Presso la cima del Pizzo
Deta è indicato un toponimo che prende il nome di Orto del Centauro. I
Centauri secondo la mitologia erano un popolo selvaggio e rozzo della
tessaglia, abili cavalieri tanto da essere raffigurati con il corpo di
cavallo e la testa di uomo; rispetto ad essi faceva eccezione Chirone dotato
di un'indole mite e di saggezza profonda. A lui gli antichi attribuivano le
più grandi virtù nella profezia e nella medicina e lo considerarono maestro
di Esculapio, Ercole, Giasone, Castore e Polluce. Questa sua fama si ritrova
anche in alcuni nomi di piante ritenute in gran conto, quali Erythraea
centaurium, Opopanax chironium (forse la panacea degli antichi) e il genere
Centaurea.
Durante la cacciata dei Centauri dal-la Tessaglia da parte di Ercole,
Chirone fu involontariamente ferito durante il tumulto da una freccia dello
stesso Ercole. Non potendo guarire da questa ferita che gli procurava atroci
sofferenze e poiché la sua immortalità lo avrebbe condannato ad un eterno
dolore, preferì rinunciare all'immortalità in favore di Prometeo, punito
dagli Dei per la sua rivolta. Giove lo assunse nello Zodiaco e da lui prese
la forma della costellazione del Sagittario. Questa la leggenda, ma cosa
c'entra Chirone con il Pizzo Deta?
Una nostra spiegazione si basa sul fatto che vedendo la cima da lontano, da
Veroli o da Prato di Campoli, il profilo della cresta assume
approssimativamente la forma di un Centauro. Da questa somiglianza potrebbe
essere nata una leggenda che autori classici hanno poi ripreso
suf-fragandola della presenza di erbe miracolose nel fatidico Orto del
Centauro.
Così
il Febonio (Historia Marsorum, 1678) riporta: “In summo .... montis dorso
....... floret medicinalium herbarum diversi generis copia quas non alibi in
partibus Italie vidisse affirmant”. Più antiche citazioni sono quelle di
Florido Sabino (1540) e dell'Aldrovandi (1642).
Esiste qualcosa di vero in tutto questo?
Nel luogo dove presumibilmente andrebbe posto l'Orto del Centauro, abbiamo
potuto osservare una zona circondata da alte pareti e salti di roccia dove
agli animali era praticamente impossibile entrare e che effettivamente
risulta ricchissima di fioriture eccezionali, quali se ne vedono raramente
sull'Appennino, come il Geranium macrorrhizum, il Geranium cinereum, l'Anthemis
montana, la Scabiosa silenifolia, forse una delle più belle piante
dell’Appennino, il Ranunculus magellensis, la Saxifraga lingulata e molte
altre. La presenza di eccezionali piante miraco-lose però non esiste e ciò è
solo frutto di fanta-ia. Anche que-ste piante sono esposte nel Museo ed è
possibile osservarle tranquillamente. (torna
all'inizio) |
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La vegetazione dei Monti
Ernici |
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Procedendo
da ovest ad est, dalla zona di pianura verso le cime più alte, la
vegetazione si distribuisce secondo ben precise fasce altitudinali (piani di
vegetazione) influenzate dalle condizioni ambientali. Tali fasce sono
comprese fra i 200 e i 2100 metri.
PIANO BASE
Orizzonte sub mediterraneo (200-700 m)
E' il piano vegetazionale più complesso caratterizzato da un mosaico di
ambienti naturali, semi naturali e colturali.
La vegetazione naturale e semi naturale è rappresentata da zone umide (lago
di Canterno), castagneti (Alatri, Fiuggi e Acuto), boschi di leccio (leccete),
(limitatamente alle esposizioni più favorevoli) e boschi di roverella con
presenza di latifoglie eliofile quali il carpino nero, il carpino orientale,
l'orniello, l'acero campestre, il tiglio, cespuglieti, garighe e praterie
pseudosteppiche. Gli ambienti colturali sono rappresentati da seminativi,
incolti temporanei e oliveti.
PIANO MONTANO
Orizzonte montano inferiore (700-1200 m) - Caratterizzato da una vegetazione
di cespuglieti di ginepro, di boschi di cerro (la cerreta di Trisulti),
bosco misto di roverella, faggio e latifoglie eliofile.
Orizzonte montano superiore (1200-1700 m) - Faggeta pura e praterie montane
PIANO CULMINALE
Orizzonte subalpino (1700-1800 m) - Margine superiore della faggeta e
arbusteti di altitudine
Orizzonte alpino (1800-2100 m) - Praterie d'altitudine, ghiaioni, aree
rupestri e pietraie
PIANO BASALE
E'
il piano altitudinale caratterizzato da maggiore complessità a causa delle
continue trasformazioni antropiche sin di tipo residenziale (abitazioni,
strade, infrastrutture) che di tipo agricolo. Alla agricoltura tradizionale,
che aveva selezionato specie vegetali in equilibrio con le differenti
pratiche agricole si va progressivamente sostituendo un'agricoltura
intensiva con utilizzo di prodotti chimici che sta determinando la graduale
scomparsa di molte specie segetali tipiche.
La vegetazione boschiva più diffusa è quella rappresentata dai castagneti,
che costituiscono un tipo di vegetazione boschiva semi naturale
economicamente redditizia, con finalità spiccatamente produttive.
I boschi naturali sono quelli di roverella e carpini, che diventano
progressivamente più rari e rappresentano ambienti residuali a rischio di
scomparsa. Spesso tali boschi risultano diradati da eccessive ceduanioni o
ridotti ad ampi macchioni. La testimonianza della vegetazione boschiva del
passato è rappresentata da esemplari isolati di grandi querce e da siepi di
ginestrone, sanguinella, prugnolo selvatico, biancospino.
La lecceta, cioè il bosco sempre-verde di leccio, è presente nelle
esposizioni più favorevoli limitatamente all'area compresa tra Veroli e Sora.
Questo tipo di vegetazione rappresenta l'ultimo avamposto della vegetazione
termofila sempreverde mediterranea che cede il passo alla vegetazione più
temperata di tipo montano.
Nell'ambito
di questa formazione compaiono specie tipicamente mediterranee quali: i
cisti, la fillirea e l'alaterno.
I suoli rocciosi o poveri di terreno superficiale, di difficile utilizzo
agricolo, ospitano una vegetazione erbacea di prateria (pseudosteppa) che si
compenetra con i radi e bassi arbusti che caratterizzano la gariga, con
timo, cisto, lentisco, origano e varie specie di orchidacee spontanee. Tali
ambienti, ad elevata biodiversità, sono prevalentemente utilizzati come
pascolo per pecore e capre. Gli ambienti umidi dell'area sono rappresentati
da laghi (lago di Canterno), stagni e ruscelli, tutti di modesta entità.
In questi ambienti umidi la vegetazione presente è di due tipi:
vegetazione igrofila, cioè esigente di umidità nel substrato;
vegetazione idrofila, cioè esigente di acqua liquida in superficie. Le
piante acquatiche si suddividono in:
elofite = piante con radici sommerse e fusto e foglie aeree (es. tifa,
cannuccia, giunchi)
idrofite = piante
sommerse e fluttuanti (elodea, ninfea, miriofillo).
PIANO MONTANO
Salendo ancora di quota il querceto a roverella tende a diradarsi a scapito
della faggeta, che assume aspetti imponenti, cominciando anch'essa a
diradarsi intorno ai 1800 m. In questo piano troviamo la presenza, seppur
secondaria, del cerro (Quercus cerris) che forma popolamenti cospicui nella
zona di Trisulti. La faggeta è la forma di vegetazione predominante nel
piano montano. Si tratta di una vegetazione impreziosita dalla presenza del
tasso e dell'agrifoglio che permettono di inquadrare questa faggeta tra gli
habitat prioritari della Direttiva 92/43/CEE.
Superiormente alla faggeta compare una formazione di arbusti prostrati con
predominio del ginepro nano. Seguono le praterie montane a dominanza delle
graminacee Bromus, Festuca e Sesleria, inquadrabili nei festuco-broineti.
PIANO CULMINALE
Inizia col diradarsi della faggeta, cioè, a seconda delle zone e
dell'esposizione dei versanti, tra i 1700 e i 2100 m. Si tratta di un
ambiente dominato da rupi e rocce affioranti, con una copertura vegetale
rada e stentata. Qui le condizioni ambientali sono severe, il vento forte,
il gelo, la neve, la siccità (il ghiaccio e la neve non possono essere
utilizzati dai vegetali, mentre il suolo ghiaioso disperde facilmente
l'acqua piovana) deter-minano la presenza di radici profonde, tenaci, sia
per ancorare le piante al substrato che per cercare l'acqua in profondità.
Inoltre alcu-ne specie sviluppano una certa crassulenza per immagazzinare
l'acqua nei tessuti, altre ancora presentano una fine tomentosità per
difendere le foglie da una eccessiva traspirazione. Assai diffusa è la forma
pulvinata (emisferica) che conferisce alle piante una migliore resistenza al
vento.


(torna
all'inizio) |
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La faggeta dei Monti Ernici |
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La faggeta dei Monti Ernici
rappresenta un habitat prioritario ai sensi della direttiva 92/43/CEE o
“Direttiva habitat”, poiché ospita al suo interno l'agrifoglio (Ilex
aquifolium), una specie vegetale ritenuta di elevato valore sotto il profilo
conservazionistio. Si tratta pertanto di un habitat di elevato interesse
sotto il profilo della tutela.
Nonostante che la faggeta costituisca un habitat con vegetazione fitta e con
scarsa luminosità nel sottobosco, si riscontra al suo interno la presenza di
specie erbacee molto interessanti. La presenza di specie erbacee nel
sottobosco della faggeta si spiega considerando che durante la stagione
invernale il faggio è privo di fogliame e pertanto durante i primi rialzi
termici primaverili, prima del risveglio vegetativo del faggio, le specie
erbacee del sottobosco usufruiscono di un breve periodo di insolazione,
sufficiente per lo svolgimento del ciclo fenologico.
Tale
ciclo si esplica in tempi brevi e si completa prima che la faggeta ridiventi
fitta e ombrosa. Pertanto anche se si tratta di un habitat ombroso il
sottobosco usufruisce di un breve periodo di eliofilia. La faggeta pura è un
ottimo esempio della competitività del faggio che riesce ad estromettere con
la sua vigoria e il suo precoce risveglio vegetativo le altre specie erboree
concorrenti. In alcuni casi, però, l'uomo interviene tagliando il faggio e
favorendo le specie concorrenti come i carpini e le rovelle, alterando
artificialmente l'assetto vegetazionale.
Il faggio (Fagus sylvatica) è una specie caducifoglia a portamento arboreo
della famiglia delle fagacee ed è la principale specie edificatrice della
faggeta. Dal punto di vista altitudinale il faggio compare intorno agli
800-900 m, ma trova la sua migliore espressione intorno ai 1000-1300 m, dove
costituisce boschi puri o misti al di sopra della fascia di vegetazione
tipica delle querce (cerro e roverella). Infatti in questo ambito
fitoclimatico il faggio mostra un evidente successo competitivo sulle altre
specie arboree come ad esempio le querce, specialmente a causa della sua
maggiore vigo-ria e competitività basate su un più precoce risveglio
vegetativo dalla pausa invernale.

Al di sopra dei 1300 m il persistere di condizioni ambientali proibitive
fino a primavera inoltrata limitano la diffusione del faggio che cede il
passo a specie più frugali, meglio adattate a sopportare il per-manere della
neve, l'elevata ventosità, il substrato più povero e le basse temperature.
Pertanto il faggio viene sostituito da specie arbustive, meno esigenti dal
punto di vista ecologico, e in particolare dal ginepro comune (Juniperus
communis), con il suo caratteristico aspetto prostrato, contorto e
tappezzante e le tipiche foglie aghiformi. Dove queste condizioni ambientali
e sfavorevoli si accentuano ulteriormente scompaiono anche gli arbusti
prostrati e la vegetazione tipica è rappresentata dalle praterie erbacee di
altitudine che sono ascrivibili alla classe fitosociologica Festuco-Brometea,
con prevalenza di graminacee dei generi Festuca e Bromus. (torna
all'inizio) |
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Il sottobosco della faggeta |
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La
flora del sottobosco della faggeta ha sviluppato particolari adattamenti
spaziali e temporali per rimediare alla scarsa penetrazione di luce
ostacolata dalle fitte chiome degli alberi sovrastanti. Infatti quando gli
alberi sono privi di foglie, cioè da ottobre a giugno, ma in particolare nel
periodo aprile-maggio, si assiste a una vera e propria esplosione di
fioriture di specie eliofile, cioè adattate a vivere in piena luce, che
sfruttano questo periodo favorevole, quali: anemoni, primule, narcisi,
bucaneve, lilium, ciclamini, orchidee, scille, mentre quando l'oscurità
incombe a causa del fitto fogliame, cioè nel periodo estivo, queste specie
hanno terminato la fioritura e la fruttificazione e sono già in stato di
quiescenza, mentre solo alcune specie adattate alla scarsità di luce
riescono a vegetare nel sottobosco.
Si tratta di specie sciafile con foglie larghe e di color verde scuro, cioè
ricche di clorofilla (per catturare la maggior quantità possibile di luce),
come alcune specie di felci, il pungitopo o il raro agrifoglio. Un caso a
parte è
rappresentato
dalle radure e i margini della faggeta, dove la vegetazione arborea permette
la penetrazione della luce solare e consente la crescita di numerose specie
vegetali moderatamente sciafile quali: aquilege, fragole, lamponi,
campanule, ecc.). Questi particolari adattamenti sono possibili grazie alla
caducità delle foglie del faggio.
Infatti nei boschi sempreverdi, come ad esempio nella lecceta, le condizioni
di luce sono costanti per tutto l'anno e pertanto le specie che riescono a
vivere nel sottobosco sono meno numerose e sono sostanzialmente sciafile,
mentre alcune specie più esigenti in luminosità si adattano a vivere ai
margini e nelle radure.
Scilla
bifolia (scilla silvestre)
E' una pianta erbacea con bulbo sotterraneo che si spinge in profondità per
circa 10-20 cm. La pianta ha fusto unico, eretto, due foglie opposte,
lanceolate. Lo scapo reca all'apice una infiorescenza di 6-10 fiori di
colore azzurro violetto. Si rinviene prevalentemente nei boschi di
latifoglie e in particolare nelle faggete, fra i 500 e i 2000 metri di
quota. Fiorisce nel mese di marzo.
L'aspetto della pianta può variare in funzione dell'ambiente. Su suoli
ricchi è di aspetto più rigoglioso e l'infiorescenza può portare fino a 14
fiori.
Su suoli poveri appare di dimensioni ridotte e con infiorescenza di 1-4
fiori.
Galanthus
nivalis (bucaneve)
E' una pianta erbacea con bulbo ovoide ricoperto da tuniche scure. Ha fusto
unico, eretto, striato, foglie nastriformi ad apice arrotondato. Il fiore è
unico, generalmente pendulo, con tepali candidi. Vive nei boschi umidi e
freschi, in particolare nelle faggete e sale in altitudine fino a 1200 m.
Fiorisce generalmente in gennaio, raramente ha una rifiorenza autunnale fra
ottobre e novembre.
Interventi nella faggeta
La fruizione della faggeta a scopo didattico e ricreativo è un utilizzo
compatibile con la sua tutela e valorizzazione. Pertanto appare utile la
realizzazione di un sentiero natura che utilizzi un percorso prestabilito e
obbligato, munito di apposita segnaletica e cartellonistica esplicativa e
cartellini con i nomi e le principali caratteristiche delle specie vegetali
presenti. In posizione esterna e adiacente alla faggeta può essere
realizzata un'area di sosta con panchine da utilizzare come aula didattica
all'aperto. (torna
all'inizio)
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