:: I Castelli e la Rocca S. Leucio: “civitas erecta”

da "Castelli in Ciociaria tra storia e leggenda" di Luigi Centra

Veroli sorge a m. 570 sul livello del mare, su uno sperone roccioso che si dirama dal monte Castellone, nella catena degli Ernici. Fin dall’antichità fu centro importante, appartenente alla con­federazione ernica e facente parte dei municipi indipendenti, ma alleati a Roma. Di queste epoche rimangono scarse tracce, se si esclude la cinta megalitica, riutiliz­zata in età romana e medioevale come cinta difensiva.

Le mura hanno un andamento leggermente sinuoso, molto allun­gato in direzione N-S, e poco esteso in direzione E-O in rapporto al crinale del monte: mancano del tutto verso ovest, dove esiste un salto di roccia di circa m. 50 di dislivello che blocca totalmente, salvo in un punto, l’accesso alla città da quella parte. Verso est invece il pendio è meno aspro, sebbene ancora in pendenza, ed è quindi in questa direzione che si è sviluppato maggiormente il centro abitato. La conformazione del terreno ha favorito la conservazione sia delle mura megaliti­che, sia dell’abitato quale si era venuto configurando dal Medioevo all’età moderna, ed ha impedi­to quell’espansione a macchia d’olio, che ha nascosto e falsificato oggi in molti centri le linee dell’abitato antico.

Già in età antica nell’enorme perimetro delle mura dovettero esistere due nuclei principali in Veroli: quello dell’attuale centro, in cui si trovano le abitazioni civili, le strutture amministrative e religiose (sono stati individuati il foro, forse un tempio, ecc.), e la zona nord, l’odierna rocca di S. Leucio, in cui erano accentrate, dall’età ernica fino a tutto il Medioevo, le principali strutture difensive, in ottima posizione, dominanti le vallate del Sacco e del Cosa.

Le mura correvano dalla Rocca di S. Leucio verso sud, cingendo dal lato est la parte centrale dell’abitato e piegando verso ovest a sud di essa. Le strutture appartenenti alla cinta ed ancora visibili solo quelle della parte nord di Veroli, a partire da S. Leucio, fino all’odierno viale Vittorio Veneto, dove ogni traccia scompare e l’unica testimonianza può esse­re data dall’attuale andamento viario, che forse ricalca l'antico trac­ciato (Quattrociocchi 1928 pp. 127-154).

Il punto più alto e più settentrionale di Veroli è il Torrione di S. Leucio. la cui costruzione è assegnata al sec. IX (Alonzi 1966, p. 44). Esso è triangolare, con il vertice orienta­to a nord ed i lati di circa 13 (quello di N-O) e 12 (quello di N-E); la costruzione ha spigoli ben definiti da grossi conci di cal­care tagliato in blocchi parallelepipedi e paramento murario di conci più piccoli ed irregolari.

Oggi rimane ben poco della Rocca, perché fu abbattuta quasi completamente nel 1406 dalle soldatesche di Ladislao, re di Napoli e d’Ungheria, che cinsero d’assedio la città (Caperna 1907. p. XX; Spani 1968, p. 39) ed il tempo ha completato l’opera di distruzione. Si può supporre che in quest’area dovesse esistere un edificio adibito ad abitazione del castellano o del capo della guarni­gione, gli alloggi dei soldati, le stalle, i magazzini e forse un luogo di pena non meglio definito (Alonzi, pp. 44 s.). Di tutto ciò rimangono solo i muri perimetrali, che costituiscono la cinta mura­ria, e la Chiesa di S. Leucio. Poiché il muro della piccola abside di S. Leucio è dello stesso tipo dei muri vicini non facenti parte della Chiesa, ossa è coeva alla rocca medioevale e può essere datata al sec. IX. La navata subì un allungamento, probabilmente nel 1079, quando Gregorio VII elevò la Chiesa a parrocchia (ne resta ricordo in una piccola lapide murata all’interno della Chiesa; cfr. Trulli 1968, pp. 201 s.). Sul lato sinistro della Chiesa esisteva un minuscolo cimitero, anch’esso facente parte delle strutture della rocca medioevale, del quale si conosce solo l’ubica­zione (Alonzi, p. 44).

Dal Torrione di S. Leucio hanno origine verso sud due filari di mura; duello occidentale, abbracciando l’antica rocca, si interrompe qualche decina di metri dopo con la diruta Porta di S Leucio, una delle otto Porte che in età medioevale permettevano l’ingresso in Veroli, che costitui­va l’accesso a tutto il complesso delle fortificazioni. A circa m. 25 dalla piazza di S. Leucio, in direzione nord e a sinistra della strada carrozzabile, si nota un avanzo di muratura a pianta trape­zoidale e di piccole dimensioni (m. 0,60 circa di altezza dal piano stradale). Esso presenta dal lato della strada una bella ammorsatura, composta di tre conci di calcare sovrapposti; il muro invece è formato da conci più piccoli, cosicché la tipologia costruttiva è identica a quella del Torrione. Probabilmente questa è l’unica traccia della Porta S. Leucio, posta a sbarramento della strada e forse collegata alla cinta difensiva con un muro perpendicolare ad essa, oggi scomparso. Infatti. per permettere il passaggio di una carrozzabile sufficientemente larga, si è tagliata la roccia su cui poggiavano le suddette murature e si è abbassato il livello del piano stradale.

Partendo dal Torrione della Rocca si può seguire il lato est delle mura fin dove ne restano tracce evidenti, cioè fino alla Porta Civerta, per una lunghezza totale di m. 460 circa. Alle mura erniche si sono appoggiate nove Torri, databili al sec. IX, in quanto il tipo di muratura con cui sono costruite è identico a quello del Torrione. Di esse, tutte a pianta rettangolare ma di dimensioni differenti, sono rimaste integre solo le ultime tre, cioè le più vicine a Pora Civerta. Sono alte circa m. 15 e dovevano terminare con una copertura inclinata verso l’interno della cinta muraria, come si desume dalla diversa altezza del muro esterno ed interno e dal taglio obliquo dei muri laterali. Presumibilmente l’attrezzatura interna dei piani e delle scale era in legno.

La Porta Civerta è oggi completamente scomparsa, ma la si può ubicare con approssi­mazione dove si apre l’odierno largo omonimo.

Passata la Porta Civerta, continuando a scendere di quota e sempre in direzione sud, le tracce delle mura diventano sempre più rare, inglobate in edifici, ricoperte d’intonaco, assolutamente non individuabili. Comunque se ne può seguire con sicurezza il tracciato lungo la strada comunale Civerta per m. 46, dopo di che il muro svoltando un p0’ verso ovest, ricompa­re in tutta la sua integrità per un tratto di m. 48, a cui è addossata l’ultima delle Torri medioevali giunte fino a noi (Tor dei Passeri), che per la struttura muraria, per le dimensioni e per il modo con cui termina alla sommità (tagliata in sbieco verso l’interno della cinta) può essere ritenuta coeva alle altre Torri già esaminate.

Dopo Tor dei Passeri le mura non sono più visibili, perché entrano in un orto privato ed in quel punto il terreno è troppo scosceso, perciò impraticabile. Questo tratto, lungo m. 23 circa, termina con l’edificio medioevale denominato Castel Briccoli, addossato alle mura. Esso ci è giunto integro solo nel seminterrato. che ha muri spessissimi, sostenenti volte a botte e a crociera, mentre la parte superiore fu completamente restaurata nel Cinquecento ed in età posteriore; per la sua vicinanza alla Porta S. Martino, si potrebbe pensare che sia sorto in relazione alla difesa di quella, anche se non è stata trovata alcuna notizia certa in merito alla sua data di fondazione. Riguardo al microtoponimo Briccoli, lo Spani (1936, p. 32) riferisce solo la notizia che «nell’alto medioevo ... il Castello (era) abitato dal Conti Briccoli». Tuttavia sapendo che «bricole» o «briccole» è un termine coniato nel Quattro o nel Cinquecento per indicare una sorta di grosse bocche da fuoco (Caetani. Reg. Chart. II. p. 75), molto più facilmente si può supporre che questa costruzione di origine medioevale fosse così chiamata probabilmente a partire dal Cinquecento.

Dopo Castel Briccoli le mura, oggi scomparse, dovevano scendere notevolmente di quota e la Porta, anch’essa distrutta, sorgeva forse al livello del Monastero di S. Martino o poco più in alto, dove l’odierna via Gracilia termina ed allargandosi diventa Viale Vittorio Veneto. La Porta venne spostata più ad est, forse nel Settecento, inglobando il primo tratto (un rettilineo di m. 140) della strada che scendeva verso Casamari e Sora, dirigendosi poi verso sud, ed il suo nome fu mutato in Porta Napoli.

Il    tratto di mura dopo la Porta S. Martino non è ricostruibile se non per ipotesi. E' stato supposto nel 1928 (Quattrociocchi, p. 132) che attraversasse i palazzi Campanari (nn. catast. 678-677 e 676 1/2-676); si interrompeva con la Porta Oscura. Questa doveva appartenere all’antica cinta ernica; però il suo aspetto odierno è medioevale, anche se non databile, perché pi oltre rimaneggiato. È formata da un lungo passaggio (m. 22) coperto da una volta a botte. Sul lato sinistro si aprono cinque feritoie di notevoli dimensioni (m 1.50x0.20), a cui corrispondono all’ interno della porta cinque abitacoli per le sentinelle, ricavati nello spessore del muro. Dalle feritoie infatti si scorge tutto il crinale del colle su cui si adagia Veroli e la pianura sottostante: esse sono quindi un ottimo punto di sorveglianza sulle strade che da Casamari e Frosinone raggiungevano la città.

Le mura antiche ed altomedioevali, di cui abbiamo seguito il tracciato fino a Porta Oscura, proseguivano verso sud, forse lungo l’attuale via dei Franconi, voltando ad ovest là dove si apre la piazza Bisleti e terminando con la Porta Piccola (Quattrociocchi, pp 138-141); delimitavano così solo la parte centrale di Veroli, il nucleo più antico, dove erano situati il Palazzo vescovile, quello del Comune e la Cattedrale. La Porta rimase in funzione fino all’inizio del sec. XII, quando si costruì l’ampliamento meridionale delle mura. Tuttavia nei secoli successivi, pur risultando evidente la sua inutilità, essendo inglobata nell’abitato, essa fu risparmiata ed è giunta fino a noi, anche se totalmente rimaneggiata.

L’unico passaggio che permette l’accesso a Veroli dalla parte di ponente è l’importante Porta Arenaria, da cui usciva la strada diretta ad Alatri e Roma; scomparsa ogni traccia della costruzione medioevale, oggi ci si presenta in una fastosa veste tardo-settecentesca.

Il tratto più meridionale della cinta muraria subì un ampliamento nella zona S-E. dove fin dal sec. V si erano stanziati gli abitanti di Atina, dopo la distruzione della loro città da parte dei Goti. Si può ricostruire solo approssimativamente questo ampliamento, perché le mura sono scomparse. Passata S. Maria dei Franconi e scendendo verso sud, dopo un breve tratto (m. 50 circa) la cinta doveva piegare verso sud, tagliando in diagonale l’odierna via Carlo Alberto e, proseguendo, dopo m. 35 circa puntava verso sud, dove si arrestava alla Porta S. Croce. In questo tratto doveva essere situata la scomparsa Porta Vitranula, forse una porta minore.

Le abitazioni, che costituirono nel tempo un vero e proprio borgo. resero necessario l’ampliamento della cinta muraria, che è già attua­to nel 1120 (BAV, Fondi di S. Erasmo, II, 10: Tourbet, p. 668. nota 4). La Chiesa di S. Croce, che risultò esterna alla Porta omonima, è menzionata per la prima volta nel 1087, senza riferimento alla vicina Porta; della Porta si parla invece nel 1123.

La Porta S. Croce, la più meridio­nale di Veroli, ci è giunta presso­ché intatta nel suo aspetto medioe­vale. La facciata esterna è compo­sta da un arco a tutto sesto (la luce dell’arco è di m. 4) a cui si addossano due avancorpi laterali a scarpa, aggiunti in epoca posteriore; al di sopra dell’arco si alza un muro con finestra quadrata. All’interno, sopra l’arco di passaggio, corre un ballatoio, oggi rifatto ed abbassato. Circa m. 0.70 sopra la finestra, tracce di discontinuità nel muro indicano che li si addossava un nuovo ballatoio, forse coperto, che guardava all’esterno mediante un’altra finestra quadrata, a filo con la prima e delle stesse dimensioni, di cui oggi rima­ne solo la parte inferiore. La struttura della Porta in età medioevale doveva perciò presentarsi nel modo seguente: al di sopra dell’arco un ambiente rettangolare (largo m. 4 e profondo m. 2 circa) era illuminato da una finestra quadrata e forse era il posto di guardia; sopra ad esso era un altro ambiente, probabilmente coperto (posto di avvistamento?).

Dopo la Porta S. Croce il perimetro di Veroli svolta decisamente ad ovest, delimitando la zona meridionale; la pendenza del terreno si fa assai accentuata, diventando una vera e propria scar­pata nel tratto successivo che volge verso N-O, salendo verso la parte centrale della città e ricollegandosi con l’antica cinta a Porta Piccola.

L’abitato di Veroli era assai esteso, ma non fittamente popolato. Il Tourbet (p. 664, nota 2) ha giu­stamente notato che offre l’esem­pio di una struttura a più nuclei: oltre il burgis civitatis, intorno alla Cattedrale, si individuano i due centri fortificati di S. Leucio e S. Erasmo. La zona del Monastero di S. Erasmo, detto fuori della città in un documento del 1067, è indicata nel 1086 come Castello (Mottironi 1958. docc. 36 e 84). Già in epoca romana l’abitato fu diviso in Decurie, e lo stesso numero di regioni ritroviamo poi nel Medioevo. Certamente nell’alto Medioevo non si sarà avuta una ripartizione fissa dell’abitato; il Tourbet (p. 665) nota come solo a partire dal sec. XIII in poi si possa ritrovarla ben stabilita nei grossi centri del Lazio. Nei docu­menti dei secoli precedenti, fino alla fine del sec. XI. si trovano citati prima possedimenti e case, senza specificare dove essi si trovino, poi con indicazioni sommarie, che permettono di collocarli vicino ad una chiesa, alle mura di cinta o ad una porta urbana; ma ancora non appare la dizione in regione. Solo nel corso del sec. XIII si verifica la divisione del centro abitato in regiones.

Le regiones medioevali assumono per Veroli anche il nome di “Scriptae”: erano dieci. di cui otto portavano il nome della parrocchia compresa in esse, e due invece prendevano il nome dal toponimo della zona da esse occupata. Non se ne conoscono gli esatti confini, che però dovevano corrispondere probabilmente ai limiti giurisdizionali delle parrocchie, tranne che per le due regio­ni che ne erano sprovviste.

Regio S. Leucii. Si appoggiava all’omonima parrocchia e comprendeva la zona settentriona­le di Veroli, a partire dalla rocca sud, dove confinava con la Regio S. Angeli.

Regio S. Angeli. Limitata a sud dalla regione di S. Erasmo, prendeva il nome dalla parroc­chia di S. Michele Arcangelo e doveva estendersi molto più a nord che non a sud della Chiesa.

Regio S. Erasmi. Confinava con la zona centrale di Veroli e traeva la sua denominazione dalla Chiesa e dal Monastero benedettino in essa compresi. Probabilmente in epoca medioevale la sua area non era ben definita, dato che nei documenti talvolta è menzionata con il generico toponi­mo in monte (per es. doc. del 1106 in Mottironi, n. 122).

Regio Vailis. E una delle due regioni che non comprendevano una parrocchia nella loro area: il nome deriva dalla depressione che ancora oggi si può seguire a partire da Porta Arenaria, lungo il primo tratto della via Gracilia, in largo Arenaria e in via Umberto I. La sua superficie doveva estendersi quindi da Porta Arenaria fino quasi a S. Maria dei Franconi, occupando una fascia di abitato stretta ed allungata.

Regio Castellum. Trae la sua denominazione dal Castellum civitatis, situato a nord della cat­tedrale, ed appare meglio circoscrivibile delle altre perché fino ad oggi si è continuato a chiamare «il Castello» l’area urbana limitata ad est da Largo della Catena e via Vittorio Ellena e a sud dalle piazze di Santa Salome e Palestrina.

Regio S. Andreae. Comprendeva l’area centrale di Veroli e verso sud abbracciava l’abitato probabilmente fino a Porta Piccola; ad est confinava con la regione di S. Maria dei Franconi. Nella zona erano accentrati principali edifici civili ed ecc]esiastici e que­sto fatto determinò la priorità di tale regione rispetto alle altre.

Regio S. Mariae Franconum. La parte centro-orientale costituiva la regione di S. Maria dei Franconi. che confinava a nord con la regione Valle, ad ovest con quella di S. Andrea e a sud probabilmente con quella di S. Paolo.

Regio S. Pauli. Abbracciava la parte nord dell’ampliamento meridionale di Veroli, fuori di Porta Piccola, e doveva comprendere l’abitato tra Porta Piccola a nord e la chiesa di S. Paolo a S-E.

Regio S. Stephani. È assai difficile la sua ubicazione, perché la Chiesa di S. Stefano è scom­parsa e non si conosce dove essa fosse collocata. Nella zona all’estremità sud-occidentale di Veroli esistono tuttora due stradine chiamate vicolo di S. Stefano e vicolo di S. Stefano e Maria. Ritenendo possibile che il nome di una Chiesa si sia continuato ad usare per contrassegnare un settore della città, anche dopo la scomparsa dell’edificio sacro, il nome di questi due vicoli è l’unico elemento che ci permette di ubicare sia la Chiesa che la regione di S. Stefano a S-O di Veroli, nella zona compresa dall’ampliamento medioevale.

Regio S. Crucis. È la più meridionale della città. Poiché la Chiesa omonima sorge fuori della Porta urbana, la zona compresa nella regione si sviluppava esclusivamente verso nord e N-O, in direzione delle attuali vie Cavour e Carlo Alberto.

In età medioevale l’area urbana non era fittamente abitata: trovavano spazio in essa parecchie zone verdi, coltivate ad orti, o superfici libere non costruite, come si deduce dai documenti pubbli­cati (Mottironi, 1956; C. Scaccia Scarafoni, 1960).

Esaminiamo brevemente il tessuto urbano medioevale da nord verso sud. La Rocca di S. Leucio fu sempre uno dei punti chiave della città, perché zona fortificata. A sud di essa esisteva un piccolo nucleo abitato, che si appoggiava a quella, poche case comprese in zone coltivate o abbandonate. Si trovano qui abitazioni ad un piano con l’hortus accanto o intorno ad esse, con paramento murario poco curato, povero e senza pretese ornamentali, che, se non sono medioevali. ripetono però una tipologia medioevale. Più a sud, verso S. Angelo, predominavano le zone colti­vate (orticelli, piccoli vigneti, qualche albero ed oliveti di scarsa estensione). Intorno a S. Angelo si trovava ancora qualche casa; alla stessa altezza, dalla parte della cinta muraria (cioè ad est), rare abitazioni si appoggiavano alle mura, dalla parte interna di esse, o sorgevano nelle vicinanze. Questo tipo di tessuto urbano, rado e con ampi spazi verdi, continuava dalla parte delle mura fino a Porta Civerta ed ancora più a sud, fino a Porta S. Martino.

A sud di S. Angelo le case diventavano rarissime, fino a trovare la Chiesa e il Monastero di S. Erasmo isolati verso N-E ed est. Verso S-E invece qualche abitazione, sorta nei pressi del Monastero, formava un piccolo nucleo a ridosso di esso. Nei documenti dei secc. XI e XII la zona è detta foris civitate e questo indica come fosse quasi del tutto spopolata (per es. Mottironi. doc. 36 del 1067).

Nella parte centrale di Veroli (tra via Gracilia a nord e Porta Piccola a sud) sono conservate pochissime strutture medioevali. Il fatto è spiegabile sapendo che qui abitavano le famiglie più abbienti, i nobili locali, dotati di una certa agiatezza, che probabilmente adattarono e rinnovarono i loro palazzetti nelle epoche successive. Ad esempio il palazzo Aliprandi (di notevole estensione, sorge tra la porta Arenaria e le pendici del "Castello") fu costruito durante il sec. XIV, inglobando strutture medioevali tuttora visibili, ed oggi appare in una veste seicentesca piuttosto rimaneggia­ta. Come questo, molti altri edifici della zona centrale subirono, nei secoli successivi al Medioevo fino al tardo Settecento, notevoli cambiamenti, che ne hanno sconvolto l'aspetto antico. Identica sorte hanno avuto la Cattedrale, l'Episcopio e il Palazzo del Comune, che i restauri sei-settecente­schi hanno privato delle loro primitive caratteristiche architettoniche.

Più integra ci è giunta la zona meridionale, compresa tra Porta Piccola e Porta S. Croce. In essa si possono riconoscere due tipi di tessuto urbano, il primo, che segue la direttrice di via di Porta Piccola - via G. Martello - via Cavour, con le traverse che si immettono in essa, è fittamente abitato, con case a più piani (due o tre piani sovrapposti) e si è conservato quasi intatto nel suo aspetto due-trecentesco. Bisogna ricordare che il borgo meridionale si sviluppò in massima parte nei secc. XIII e XIV, in conseguenza dell’ampliamento delle mura nel settore sud e S-E avvenuto alla fine del XI o nella prima metà del sec. XII.

Da questo tipo di tessuto urbano molto fitto è da distinguere una fascia stretta e lunga che cir­conda la zona sopra descritta ad ovest S-O e sud: essa mostra gli stessi caratteri della parte nord di Veroli, poche case inserite in aree ortive. Ciò è dovuto probabilmente alla conformazione del terreno;

mentre la prima parte di abitato è in pendenza non troppo accentuata e si presta ad uno sfruttamento edilizio intenso, il pendio verso ovest e sud si fa assai più ripido. E' possibi­le mediante terrazzamenti adibire un simile terreno a piccole coltiva­zioni (orticelli ecc.) ma è difficile costruirvi sopra case a più di un piano in isolati di grandi dimensio­ni. Si hanno perciò in questa zona piccole abitazioni ad un piano analoghe a quelle descritte per il borgo S. Leucio.

Descrivendo l’aspetto della Veroli medioevale è stato notato che nell'area urbana sono pochi gli edifici di quel tempo rimasti integri, soprattutto se si considera l’edilizia civile (case di abitazione, palazzi, ecc.). Nel corso dei secoli molte costruzioni furono abbattute per lasciare il posto ad altre più nuove e rispondenti a mutate esigenze di vita, se pure sono ancora in piedi quelle antiche, lo stato di conservazione delle murature è confuso in modo tale da rendere difficile distinguere le parti originarie da quelle dovute a restauri posteriori. Inoltre è da ricordare ancora che per l’edilizia povera, di cui si trovano parecchi esempi in Veroli, si è continuato a costruire secondo gli stessi schemi e moduli di abitazione fino al secolo scorso. Solo dopo un attento esame delle murature e del tipo di aperture (porte e finestre) si possono individuare le strutture più antiche. Soprattutto per l’edilizia civile di carattere modesto i documenti pubblicati non forniscono alcun aiuto: in essi appaiono molto spesso citate domus che non possono essere collocate con precisione nel tessuto dell’abitato odierno. È interessante individuare per mezzo di queste carte i vari tipi o abitazione, quali si andarono differenziando durante il Medioevo. Nei documenti dei secc. X-XII è citato spesso un tipo di casa assai semplice la domus scandulicia terrinea cioè un edificio ad un piano solo (terrinea), con muri piuttosto rozzi formati da ciottoli o talvolta da pietre più grandi, a mala pena sbozzate e legate da malta; la copertura era di scandulae, una sorta di tegole di legno ( v. Mottironi, docc. 36 del 1067 e 80 del 1086). E' più rara la menzione di domus solarata, un tipo di casa a più di un piano di cui si ha testimonianza già dal sec. XI (BAV. Fondo di S. Erasmo. doc. E-4 del 1052. cit. in Tourbet p. 661. nota 1), ma che si afferma definitivamente solo nel sec. XIII, quando l'aumento della popolazione citta­dina esige uno sfruttamento intensivo dell’area urbana per mezzo di costruzioni a più piani, atte ad ospitare diversi nuclei familiari. Di conseguenza si manifesta la necessità di scale esterne o interne che permettano un accesso indipendente ai piani superiori (Tourbet, p. 334. nota 1). In questo periodo si comincia a sostituire la copertura a scandulae con vere e proprie tegole di argilla ed anche di questo mutamento abbiamo testimonianza nei docu­menti, dove la casa così ricoperta viene definita domus tegulicia.

Gli edifici medioevali di Veroli che sono giunti più o meno integri fino a noi possono essere raggruppati nel seguente modo: palazzi, case a più piani. case-torri, abitazioni ad un piano (o due) di carattere modesto, case con profferlo, botteghe.

Nessun edificio di questo tipo è rimasto intatto; restano solamente avanzi di murature, che non sono sufficienti a delineare una tipologia del palazzo gentilizio medioevale in Veroli. L’esem­pio più macroscopico di un tale stato di cose è il Palazzo Vescovile, che sorge a sinistra della Cattedrale: costruito probabilmente nell’alto Medioevo, ebbe la sua forma migliore nei primi secoli dopo il Mille, ed in questo periodo appare spesso citato nei documenti (cfr. per es. C. Scaccia Scarafoni, docc. 138 (377) del 1148, 191 (489) del 1188. 194 (480) del 1190). Probabilmente fu lesionato dal terremoto del 1350 e restaurato nel periodo immediatamente suc­cessivo; nella prima metà del Cinquecento il vescovo Ennio Filonardi ne ordinò la completa rico­struzione, abbattendo l’edificio medioevale (Spani 1936, p. 49).

Resta ancora oggi nella zona centrale di Veroli, in via del Castello, il basamento di un palaz­zo signorile (nn. catast. 99 e 100 112). Si tratta di un muro composto di conci squadrati di calcare, che si eleva dal piano stradale di circa m. 2.50-2.70 e che ora è inglobato in una costruzione sei-settecentesca. Data la raffinatezza della lavorazione dei conci e la zona in cui sorge questo avanzo di muratura, si può formulare l’ipotesi che questa sia l’unica traccia superstite del medioevale Castellum, forse l’abitazione del podestà o governatore locale (ricordiamo che Veroli nel Medioevo rimase comune indipendente), da cui deriva il nome dell’altura che, nella zona centrale di Veroli, domina verso sud la Cattedrale ed il centro della città e verso nord la Porta Arenaria. Dopo aver osservato la regolarità del taglio dei conci, si può fissare solo approssimativamente l’epoca di costruzione del muro al due-trecento, anche per la totale mancanza di documenti e notizie al riguardo.

Analogamente è costruito Palazzo Quignones, che sorge in Borgo S. Croce ed è datato alla prima metà del cinquecento. Di questo conviene parlare perché, pur essendo troppo tardo per rientrare in un discorso di architettura medioevale, le sue strutture si riallacciano molto di più alla tipologia del palazzo medioevale che non a quella del palazzo cinquecentesco. Esso occupa la superficie contrassegnata dai nn. cat. 260-270 e si affaccia con il suo lato principale su via della Vergine Maria. La facciata misura m. 18 circa: al centro di essa si apre un bel portale a sesto acuto che immette in una piccola corte, nella quale una scala scoperta costituisce l’accesso agli ambienti del primo piano. In alto a sinistro in facciata rimane traccia di una grossa bifora e più in alto si vede una piccola finestra con architrave a timpano: tutte e due le aperture sono tamponate. Forse l’unico elemento che potrebbe datare la costruzione al Cinquecento è una feritoia orizzontale, for­temente strombata verso l’esterno, che si nota a sinistra dell’arco di ingresso a circa m. 1.50 dal piano stradale. L’edificio è collegato a mezzo di un archetto a sesto ribassato su mensole, con un altro prospiciente la Porta S. Croce (nn. catast. 282-283-284), il cui paramento murario è identico a quello del Palazzo Quignones e che quindi dovrebbe essere stato costruito nella stessa epoca. In esso si apre una bifora totalmente restaurata. La muratura di questi edifici è analoga a quella descritta per il basamento di palazzo in via del Castello, ma molto più curata e composta di conci di calcare ben tagliato.

Un altro Palazzo signorile doveva sorgere in angolo su piazza del Duomo e piazza del Plebiscito (n. catast. 54); della costruzione medioevale rimane solo il basamento a leggera scarpa, in cui si aprono cinque archi a tutto sesto che oggi ospitano alcune botteghe. Il paramento murario, restaurato in malo modo con conci di pietra di tutte le dimensioni tenuti insieme da molta malta, è assolutamente inda­tabile.

Gli esempi più cospicui si trovano nel borgo S. Croce e sono piuttosto tardi, databili alla fine del duecento o al recento. Si tratta di un tipo di edilizia non povera, ma neppure talmen­te curata nei particolari e nelle murature da poter essere definita come architettura signori­le. Erano queste forse le abitazioni di artigiani, mercanti e di tutta quella piccola e inedia bor­ghesia nelle cui mani si accentrava buona parte del potere decisionale, dato che Veroli rimase per tutto il Medioevo comune libero.

Questi edifici sono generalmente di tre piani, poiché spesso il quarto è dovuto ad una sopraelevazione posteriore. L’isolato delimita­to dalle vie Carlo Alberto e Cavour e dal vicolo Carlo Alberto comprende quasi esclusivamente costruzioni appartenenti a questa tipologia. Il paramento murario è costituito da conci non molto regolari, ma le ammorsature e gli spigoli sono curati; porte ad arco a tutto sesto, ad arco acuto e con architrave a timpano compaiono indifferentemente, anche se l’architrave è raro; le finestre sono quadrate o rettangolari, con o senza architrave a timpano, pochissime le bifore, piccole e di fattura piuttosto rozza. La maggior parte di queste case a più piani occupa un’area rettangolare. stretta ed allungata; la porta d’ingresso che affaccia direttamente sulla strada è aperta in uno dei due lati corti.

Gli esempi migliori sono gli edifici contrassegnati dai nn. catast. 285-286-288-289-29() e 369-374, situati rispettivamente all’inizio di via Carlo Alberto, risalendo da porta S. Croce.

Nella stessa zona, più a nord lungo la via Cavour (n. catast. 350), troviamo un interessante esempio di casa a due piani, che dal tipo di decorazione in facciata potrebbe essere datata con approssimazione al sec. XIV. Oltre il piano terreno ed il primo piano essa ne presenta anche un secondo, dovuto probabilmente ad una sopraelevazione posteriore ed oggi intonacato. La fronte dell’edificio è larga m 3,50 circa, in essa a livello stradale due piedritti bassi, che terminano con due mensoline, sorreggono un arcone a tutto sesto. la cui apertura è di m. 3 circa. All’interno dell’arco si apre un piccolo andito profondo circa m. 1.70: il muro di fondo è occupato da due porte ad arco, contemporanee, di cui una a tutto sesto e l’altra a sesto acuto. Eì interessante notare la coesistenza di due diversi tipi di arco nello stesso edificio, caso molto raro nelle costruzioni medioevali di Veroli. La divisione tra il piano terra ed il piano superiore in facciata è segnata da una decorazione ad archetti trilobi in pietra e cotto poggiati su mensoline di pietra, leggermente aggettanti. Questa serve di soste­gno ad un leggero sporto che funge da davanzale a due finestre mala­mente restaurate. Ancora sopra, due archetti segnati da una fila di mattoni (di restauro) poggiano su mensoline di pietra decorata.

Edifici di questo tipo, seppure più frequenti nella parte meridionale della città, si trovano anche in altre zone: ad esempio la costruzione posta ad angolo tra via S. Angelo e via Tor di Lotte (nn. catast. 935-936), che presenta al piano terreno porte ad arco acuto ed al primo piano due bifore di modeste pro­porzioni. Pur avendo porte e fine­stre di discreta qualità, il paramento murario è poco curato, con conci tagliati male e posti in opera con molta malta, a filari irregolari.

Un analogo edificio esiste ancora nella zona centrale di Veroli, lungo la via G. Sulpicio (n. catast. 661). È assai difficile stabilire una datazione per questa costruzione: infatti il paramento murario molto curato ed analogo a quello descritto sopra riguardo al basamento di palazzo signori­le in via del Castello (blocchetti di calcare squadrati e ben allineati) e la piccola bifora quadrata al primo piano farebbero supporre un’epoca piuttosto tarda (sec. XIV); al contrario la porta d’ingres­so a livello stradale, con architrave a timpano su mensole e con stipiti i cui conci si agganciano profondamente ai muri laterali, riporterebbe indietro la datazione di almeno un secolo (secc. XII-XIII).

Ne rimangono pochi esempi ben conservati, perché essendo costruzioni che si sviluppano maggiormente in senso verticale che in quello orizzontale, il tempo ed i terremoti, frequenti in questa zona, ne hanno impedito la sopravvivenza. Generalmente erano unifamiliari. suddivise in piani con una stanza per piano, a cui si accedeva a mezzo di una scala probabilmente di legno.

Una casa torre è addossata alle mura poco a nord di porta Civerta ed ingloba nella parte infe­riore alcuni massi della cinta ernica (n. catast. 881). La fronte che guarda all’esterno delle mura è larga m. 4 circa; in essa si aprono tre finestre rettangolari non perfettamente a filo e molto rovina­te, di cui le prime due originali e la più alta dovuta probabilmente ad una sopraelevazione moder­na. Il paramento murario irregolarissimo ed in pessimo stato di conservazione non ci consente di formulare una datazione.

Un altro esempio di casa torre si trova ad angolo tra via Porta Civerta e via di Castel Briccoli (n. catast. 778 e 1/2) con ingresso su quest’ultima strada. Si tratta di una costruzione piuttosto re­golare: larga in facciata circa m. 5, si sviluppò su una pianta trapezoidale, la muratura è poco cura­ta, composta da grossi conci e ciottoli tenuti insieme da molta malta. La Torre fu assai rimaneg­giata in epoca post-medioevale: la porta d’accesso, forse coperta con architrave a timpano, fu tra­sformata in porta con arco a lutto sesto; fu aperta al primo piano una feritoia strombata (accanto alla quale si trova anche una finestra moderna) ed al secondo piano una finestra ad arco a tutto sesto, oggi tamponata. Lo stato attuale della costruzione non permette di formulare un’ipotesi di datazione.

In via Gracilia a pochi metri dalla Porta Arenaria si eleva una casa torre forse quattrocente­sca, oggi inglobata nel perimetro del Palazzo Aliprandi (n. catast. 129). Per la raffinatezza della costruzione può essere avvicinata agevolmente al tipo degli edifici signorili: la muratura a conci di calcare perfettamente squadrati è già stata analizzata per altre due costruzioni (casa a due piani in via G. Sulpicio e basamento di palazzo in via Castello) poco distanti da questa. La casa torre di cui stiamo parlando consta oggi di tre piani scanditi da cornici; al primo piano si aprivano due finestre ad arco a tutto sesto con cornice strombata (la finestra di destra è stata sostituita con una moderna). Al secondo piano altre due finestre, forse trifore e a filo con le sottostanti, erano racchiuse da un arco a tutto sesto, sopra al quale si aggiunse, probabilmente in epoca posteriore, un arco acuto; le aperture furono più volte restaurate in forme diverse, poi tampona­te, ed oggi sostituite da finestre moderne di pro­porzioni minori.

La maggior parte di case di questo tipo si trova nella zona settentrionale di Veroli, nell’area compresa dalle regioni di S. Leucio e di S. Angelo. Alcune di esse, ma in numero molto minore, sorgono anche a sud della città, lungo la via Pietralata. Sono edifici di carattere povero, senza nessun ornamento e con muratu­re assai rozze; il loro raggruppamento lontano dal centro di Veroli, alle estremità settentriona­le e meridionale dell’abitato, denota in quei set­tori lo sviluppo di quartieri poveri, in cui super­fici occupate dalle case si alternavano ad orti­celli o aree libere. Questi edifici avevano un’unica stanza, se ad un piano solo, una stanza per piano se erano di due piani; non esistono costruzioni simili con più di due piani. Anche se alcune di esse sembrano molto antiche, perché presentano porte e finestre con architrave a timpano, è impossibile attribuire loro una datazione, sia perché non esistono documenti che ci aiutino a tale riguardo, sia perché si è continuato a costruire secondo questo schema fino alla fine del secolo scorso.

Gli esempi migliori sono quelli ancora visibili nella zona a sud di S. Leucio, in via Alatrinis (nn. catast. 993-992-1113-1112-1126-1128) ed in vicolo Marianzo (nn. catast. 1132-1124-1135-1133-1386). In qualche caso una scaletta in muratura, parallela alla facciata, permette l’accesso alla casa; è questo un tipo rudimentale di profferlo, con pochi gradini in contropendenza rispetto all’andamento altimetrico della strada.

La sola casa povera che è rimasta nella zona di S. Angelo sorge nella via omonima al n. catast. 1399: oggi la vediamo in un contesto urbano completamente mutato, perché circon­data da edifici, mentre in antico con probabilità dovette sorgere in mezzo ad un’ area verde (forse un orto). È composta di due piani.

Castelmassimo “Campanari”

Il Castello sorse verso la metà del 1500. incorporando l’antica Torre Campanaria, della quale rimane solo una piccola traccia e nel 1711 fu costruita l’attigua Chiesa, ancor oggi aperta al culto, dedicata agli apostoli Pietro e Paolo. Successivamente la Chiesa fu donata dalla famiglia Campanari al Vescovado di Veroli.

Agostino Campanari, proprietario del palazzo e del Feudo Terriero sito in agro di Veroli, era discendente della famiglia Campanari, le cui origini risalgono all’anno 1110, per merito di frà Angelo Maria Campanari Castellano di Rodi, reduce della prima crociata.

Nel 1753 fu istituito dal sommo pontefice Benedetto XIV la denominazione del Marchesato. con il conferimento del titolo di “Marchese di Castel di Massimo” ad Agostino Campanari. Il Castello fu teatro di vari avvenimenti storici. Nel 1808 ospitò il Generale Gioacchino Murat. Nel 1943 fu requisito dal Prefetto di Frosinone per alloggiarvi temporaneamente alcuni battaglioni della Divisione Piave, nel settembre del 1943, dopo l’armistizio, su disposizione del Generale Kesserling fu sede del comando dell’ottava armata germanica, operante in Cassino, agli ordini del Generale Frido von Senger. Il 2 giugno 1944 fu occupato dal Comando inglese. in occasione dello sfondamento del fronte di Cassino e dell’arrivo degli alleati, agli ordini del Generale Mattew Wilson.

Oggi il Castello, in fase di restauro, è adibito a ristorante, conservando l’antica struttura.

CASTELMASSIMO:      Storia e Brigantaggio

Gli anni successivi il 1800 fino al 1900, videro la famiglia Campanari impegnata in questioni familiari riguardanti l’eredità dei beni. In una sentenza del 1818 tre erano i fratelli Campariari inte­ressati nella divisione del Palazzo: Agostino, Giovanni e Vincenzo. Fu deciso che l’Amministrazione della Cappellania di S. Pietro e Paolo rimanesse di spettanza al primogenito Marchese Vincenzo con l’obbligo di rendere conto del fruttato ai fratelli. Veniva anche devoluta all’Amministrazione della Cappellania una dote da elargire alle ragazze da marito della Tenuta del Massimo, alle quali fosse riconosciuta “l’onestà e i sentimenti religiosi". L’ultima dote elargita risale al 12 novembre 1910, Nel 1936 un discendente del Marchese Vincenzo teneva ancora l’Amministrazione. Importante per la famiglia Campanari fu una causa giudiziaria che tolse la consuetudine per cui il patrimonio passava al parente maschio primogenito. Ma evento fondamen­tale fu la Convenzione del 1946: l’ultimo erede Campanari e il Vescovo Baroncelli di Veroli sot­toscrissero una convenzione di donazione delle Chiese di S. Pietro in Castelmassimo, di S. Ippolito e di S. Bartolomeo in Veroli, allo scopo di perpetuare nel tempo i diritti ed il nome della Famiglia; la Curia Vescovile di Veroli, a sua volta ricevendo anche la somma di un milione di lire, aveva l’obbligo di celebrare sessantatre messe l’anno a Castelmassimo, sessantacinque a S. Ippolito in Veroli e una messa cantata nella Cattedrale Verolana. L’atto del 1946 si limitò a trasfe­rire gli obblighi riguardanti la Chiesa, alla Curia, non la proprietà.

Una nota interessante legata alla Chiesa di Castelmassimo ci riporta indietro alla fine del 1800. In quei tempi il brigantaggio infestava queste zone ed in particolare la strada che conduceva a Casamari. Un certo capitano Fabbrizzi si occupava dell’estirpazione di questo fenomeno. In uno di questi scontri, tre briganti rimasero uccisi, nei pressi di Castelmassimo, dagli uomini del capita­no Fabbrizzi. Il Marchese Domenico Campanari volle dare loro “cristiana sepoltura” e così furono inumati nella cripta di famiglia all’interno della Chiesa di Castelmassimo. Tuttora nella Chiesa vi sono i resti dei tre briganti.

Anche il 1849 è una data storica per Castelmassimo: in quest’anno infatti soggiornò nelle nostre terre Garibaldi insieme ad alcuni garibaldini. Ed ancora: negli anni della seconda guerra mondiale il palazzo fu sede di truppe italiane nel 1940 e alloggio degli ufficiali dell’aviazione tedesca nel 1942. Solo nel 1943 ne prende possesso il comando germanico guidato dal Generale Frido von Senger mud Elterlin. Scrive G. Trulli sul libro “Tutta Veroli”: “Uomo profondamente religioso, ogni tanto dalla sede del suo Comando a Castelmassimo, saliva a Veroli per fare una visita alle suore Benedettine, domandava quali fossero le loro necessità e faceva mandare dei viveri. Più di una volta intercedette per cercare di salvare dei civili presi in ostaggio dalle SS.”, Castelmassimo iniziò a mutare il suo volto, lasciandosi il passato alle spalle, a partire dal 1963. E in quell’anno che ci fu la legge sull’affrancazione delle terre ai coloni. I contadini poterono riscattare i fondi che lavoravano da anni, diventandone così proprietari. Da quel momento in poi iniziò una nuova pagina della storia di Castelmassimo.